Se c’è un racconto, se c’è una storia o una bella favola, se c’è un qualcosa che non faccia lievitare questo silenzio, prova a narrarla come fosse Natale, come se dovesse ancora nascere tra il buio e l’asinello, come se Maria fosse ancora la nostra mamma e Giuseppe qualcuno di famiglia; magari che ci accomoda il tavolo se è ancora rotto, oppure la sedia dove mi siedo io; di legno e di paglia.
La vorrei forse più grande, la mia sedia, grande da poter mangiare come voi grandi a tavola la sera di Natale. E così aprire da adulto i miei regali, quelli che riceverò se qualcuno quella sera penserà a me, e si ricorderà che esisto anch’io in questa parte del mondo dove ancora non nevica, ma che è quasi vicino al troppo freddo. Quel freddo cane che ti prende quando cammini solo per le strade e guardi le vetrine, e non sai cosa comprare; perché non hai a chi regalare il tuo sorriso.
Ecco, forse vorrei un sorriso per la notte di Natale, un sorriso che faccia sorridere un po’ anche me quando poggerò nel presepio Gesù Bambino, quello che mi somigliava tanto quand’io ero piccolino e che ora non mi somiglia più, pur mettendomi magari una barba finta e donando qualche gioco ad un bambino lungo la via, io vestito di rosso.
Chissà perché le feste mi portano tristezza, chissà perché vorrei che non venissero mai queste feste, specie quella di Natale: quando ti giri intorno e non sai cosa fare, e la casa è vuota se non ci sei tu che tornerai. Non potrai tornare, e, così, ancora una volta resterò solo a fantasticare ciò che non è più; e vorrei che ritornasse.
Neanche il presepio è più vero, così come l’albero ricco di colori vuoti. Un vuoto che splende quanto più grosso è il vuoto delle palle colorate: magari rosso lucente o verde, o anche solo bianco di neve con le stelline sopra. Quella notte lì, io non ero ancora nato, ma, se fosse stato come adesso, chissà se sarei andato a curiosare insieme ai miei genitori. Mamma mi avrebbe detto: Dai vestiti, mettiti il vestito nuovo che andiamo alla capanna a vedere Gesù che dovrà nascere. Io magari col mio videogioco a dirle: Dai, aspetta ancora un po’ che sto per finire la partita; e magari l’avrei portato anche dietro, quel gioco, nel seguire la stella che ci avrebbe condotto alla capanna. Magari lei, accortasi, non mi avrebbe detto nulla lungo la via, ma poi, arrivati lì, ad alta voce - per mettermi in difficoltà -, mi avrebbe detto: Che dici Walter, lo regali questo tuo bel videogiochi a Gesù Bambino?
E io non so cosa avrei risposto.