Se l'abito non fa il monaco, sarà comunque indossato da qualche diavoletto che si frappone tra il capitalista e l'operaio nel "gioco delle fabbriche", in quella redistribuzione della maggiore ricchezza ivi prodotta trasformando le materie prima fornite dalla natura in prodotti finiti. Prodotti che meglio si adattano al soddisfacimento dei bisogni umani.
Intendiamo cioè parlare degli "abiti" di Carlo Marx.
Il Capitale, il suo noto libro, parte appunto da una equivalenza di valore tra tre sacchi di tessuto ed un abito da indossare:
3 sacchi di tessuto = 1 abito
Marx si chiede quale natura avesse quella equivalenza tra beni apparentemente eterogenei sia per quantità e sia per natura.
Trova la soluzione in quel divisore comune ad entrambi i beni e rappresentato dal lavoro umano. Il quale, essendo presente in entrambi, estende a tali beni una essenza di omogeneità.
Nella fattispecie, il lavoro occorso per ottenere, dalla trasformazione delle materie prime fornite dalla natura (canapa, lino, cotone, lana), quell' "abito" divenuto bene più idoneo, e quindi a valere di più (valore aggiunto), a soddisfare il bisogno di vestirsi.
Il lavoro umano accresce, quindi, la ricchezza del mondo. Partecipa in modo determinante ai destini del Pil (prodotto interno lordo) di ogni nazione. Ma all'epoca il pil ancora non esisteva (sic?) o, forse, meglio dire che all'epoca non erano di facile comprensione questi processi di logica economica. Processi sui quali si appunta l' attenzione di Marx.
E da cui, a conclusioni delle sue indagini, sul Manifesto, da lui redatto assieme all'amico Engel, scriveva:
"Lavoratori di tutto il mondo unitevi", (se volete contare un po' di più).
Da tale invito nacquero le Trade unions, i nostri attuali sindacati dei lavoratori.
Marx morì povero, così come, del resto, visse quasi sempre povero, avendo messo tutti i suoi guadagni nel giornale da lui fondato, e che si chiamava, anch'esso, Il Manifesto.
L'energia umana, unendosi alla materia prima, si materializzava nel prodotto finito, per cui il proprietario della filiera, approfittando di quel camuffamento del lavoro umano nell'abito ancora aggrappato alla tela, traeva a suo vantaggio gran parte dei profitti di quel maggior valore ottenuto.
L'energia umana, per lui, si "reificava" (termine da lui stesso coniato), diventava cosa, oggetto - dal latino res e ficere: farsi cosa-, nel prodotto finito in quel cambio di genere qualitativo che trasformava la tela in abito.tramite il processo produttivo messo in atto dall'energia delle maestranze e delle macchine.
Quindi l'equivalenza di quella relazione, tre sacchi di tela = 1 abito, nascondeva agli occhi degli operai quella loro stessa energia, muscolare, con cui avevano concorso a produrre tale trasformazione di beni.
Allo stesso modo con cui l'uomo aveva un tempo messo fuori di sé la sua spiritualità reificandola nel concetto di Dio, nell'era industriale si ricreava una situazione analoga per quanto concerneva la sua energia mentale e muscolare, reificandola nel concetto di macchina. Macchina che, pur essendo un prodotto dell'uomo, veniva dallo stesso uomo venerata. L'uomo metteva un altro dio “fuori di sé”: il dio della ricchezza materiale.
La parola "macchina" deriva, del resto, dal verbo macchinare, ingannare.
Macchina è quella tecnologia che consente di macchinare, di ingannare le leggi di natura. L'abito (del monaco, ndr) ingannava le leggi della mente umana, feconda e meno feconda, consentendo al proprietario della fabbrica di ingannare il lavoratore, per l'occultamento del lavoro umano nel prodotto finito, così come allo stesso modo l' ascensore consente di ingannare la forza di gravità della natura, portandoci ai vari piani dei grattacieli "sfruttando" la "macchina" che unisce la potenza dell' energia elettrica alla tecnologia delle leve.
Il proprietario avrebbe "sfruttato" quella leva umana dell’energia del lavoratore per "elevare" i tre metri di tessuto alla dignità di "abito", prendendosi gran parte di quei profitti.
La fabbrica era il nuovo luogo di lavoro dell'operaio, che, dai campi in cui precedentemente lavorava, "almeno" all'aperto aggiunge lui, veniva ora chiamato a lavorare al suo interno.
A costruire all'interno di essa i prodotti finiti di cui l'uomo aveva bisogno. E da cui il termine "industria" , da endo (dentro) e struere (costruire): costruire dentro, all'interno della fabbrica.
E in tale luogo di trasformazione di ricchezza, Marx, con forte espressione poetica, scrive:
Il sangue vivo si mischia al sangue morto, chiamandolo a rivivere
Il sangue che circola nei muscoli degli operai, all'atto del lavorare, richiama in vita il sangue morto che troviamo nelle macchine. Sangue "morto" in quanto è frutto del pensiero di tutta l' umanità fin da quel primo uomo, che, costruendo la prima tecnologia, scagliò la sua lancia contro il veloce animale che doveva catturare per sfamarsi e per poi indossarne le pelli per ripararsi dal freddo.
L'era industriale ha avuto inizio in Inghilterra con la scoperta della spoletta volante da applicare al telaio.
La spoletta, evitando all'operaia i precedenti tempi morti per doversi portare continuamente avanti e indietro al telaio per risvoltare il tessuto, aveva consentito all'imprenditore, nel rispetto delle stesse maestranze, di raddoppiare la produzione.
Nel contempo le operaie erano rimaste con lo stesso salario. I guadagni di quel raddoppio di produzione erano finiti tutti nelle tasche del capitalista.
Qualcosa, quindi, non funzionava nella redistribuzione della ricchezza ottenuta dal processo produttivo se il proprietario aveva raddoppiato la produzione mentre i dipendenti non ne avevano tratto nessun beneficio. E, del resto, con tal modo, per lui, "errato" di distribuzione della ricchezza prodotta, si sarebbe venuta a dilatare, direbbero oggi i nostri sindacalisti, anche la forbice, in gergo: spread, tra i ricchi e i poveri del mondo.
E da cui le sue deduzioni, in tale sua lapidaria frase:
"Il capitalista non ha mai lavorato in vita sua ed ha sempre accresciuto il suo Capitale, mentre il lavoratore ha sempre lavorato e non è mai riuscito a farsene uno".
Doveva esserci qualche diavoletto (di Maxwell) in quel processo di redistribuzione della ricchezza prodotta all’interno della fabbrica, diavoletto che approfittava della situazione di occultamento di quella reificazione dell'energia umana in quell'”abito”. Cosa che gli operai non avrebbero mai potuto comprendere.
Occorreva creare e fornire, dunque, informazione, e da cui: Il Manifesto. Ossia quello che ai nostri giorni chiameremmo il (giornale) quotidiano.
L'operaio a quei tempi era considerato un attrezzo di lavoro, al pari dei buoi nei campi, e a cui bisognava fornire solo quel cibo, e quel riposo, necessari a mantenerlo in vita e a consentirgli di recuperare così le sue forze muscolari, per poter essere in grado, il giorno dopo, di continuare a lavorare.
Quando gli operai delle miniere, scrive Marx, chiesero un'ora in più di riposo settimanale, la nobil donna proprietaria della miniera domandava ai suoi amministratori a cosa sarebbe servita loro un'ora in più di riposo: "A cosa avrebbero potuto mai dedicarla?".
ps
Seguirà, se ne avrò tempo e voglia, un appendice a mostrare i principi metodologici da lui usati, o che avrebbe potuto usare, per pervenire a tali deduzioni logiche. In particolare il concetto di moneta quale bene astratto dall'oggetto che intende misurare e di cui deve indicare il valore.
Così la sua conclusione che noi non possiamo cedere nella nostra vita se non il nostro tempo.
E da cui : il tempo è lavoro, o anche: Il tempo è denaro.